(detta anche Chiesa del Monacone - San Vincenzo alla
Sanità)
Un umile converso del nuovo convento domenicano della
Sanità, fra Giuseppe Nuvolo, architetto, incaricato, sul
finire del Cinquecento, dai suoi superiori di visionare
in tutta Italia le opere magnifiche dei valenti uomini
di questa professione, ritornò in Napoli, et per dar
principio alla nova Chiesa, fece un modello di legno di
valuta de ducati cinquanta con un desegno dei più
superbi che si vedano in Italia, vasto, amplo, et bello.
Nacque disparità tra padri vecchi, et gioveni circa l'esecutione
di quest'opera. Li vecchi desideravano una chiesa più
semplice, et positiva. Li giovani per lo contrario
animosi, et curiosi d'una chiesa moderna.La storia è
sempre fortunata quando vincono i giovani, e, per la
fortuna delle generazioni a venire, nacque il tempio
vasto, amplo et bello. Come Israele e le dodici tribù,
come Cristo e i dodici apostoli, così lo Zodiaco di
Maria, per citare un titolo settecentesco d'un frate
della Sanità, ebbe, attorno alla solare cupola maggiore,
altre dodici cupole: così il veggente dell'Apocalisse
vide la Donna vestita di sole, col capo coronato di
dodici stelle. Ciascuna cupola corrisponde ad un
quadrato nel pavimento. Tre è la cifra della Divina
Perfezione, del circolo eterno dei giorni di Dio;
quattro sono invece le stagioni del tempo terrestre.
Come nel sette, la loro unione, è la creazione, così nel
dodici, il loro moltiplicarsi, è la redenzione. Anche lo
Spirito scese su Maria e i dodici sotto forma
d'altrettante lingue di fuoco celestiale.
Quadrare il cerchio è il più nobile dei tentativi
terrestri per divinizzarsi, e il più nobile dei suoi
risultati è l'ottagono. La stella ad otto punte, vera
cifra della basilica, è presente in ogni cupola e,
situata in marmo all'ingresso, indica il Nord, il più
nobile dei punti cardinali, il punto dell'Ascensione,
dove Cristo si fa polo e asse del mondo. L'ottavo giorno
Egli risorse, e da allora per i Cristiani otto è la
cifra dell'immortalità, il giorno eterno, primo ed
ultimo, aggiunto ai sette che videro un mattino ed una
sera. Ottagonale è il ciborio, ottagonale la sacrestia,
ottagonale la cuspide del campanile poderoso, in cui
danzano cantando cinque antiche, armoniose campane.
Canta l'Angelus l'Annuncio fatto a Maria, a
mattina, a mezzodì, a vespro, quand'è
già l'ora che volge il desio
ai naviganti, e intenerisce il core
lo dì ch'han detto ai dolci amici: a Dio;
e che lo novo peregrin d'amore
punge, se ode squilla di lontano,
che paia il giorno pianger che si more.
Dal labirinto della morte, dal vertice degl'inferi,
ascendiamo la spirale della redenzione, compiuta
sull'altare, che è lo stesso Cristo: egli è la Porta,
egli è la diritta Via, egli è la Luce del mondo. Ed
eccola lassù, Ecclesia Triumphans del Paradiso, la
Sanità che trionfa nella Madre sua, stringente sulle
ginocchia il primogenito del nuovo creato, col globo
segnato dal segno della Croce. Il barocco, con la
semplice cartapesta, arricchita d'ori e fiori, la
circonfuse di gloria corrusca. Al volto di questa
Vergine Michelangelo Naccherino lavorava, confessato e
comunicato, soltanto il sabato, nel giorno sacro a Maria.
Il magnifico coro dei frati, ricco di fantasiosi intagli
e variati arabeschi, ora è desolatamente vuoto, e muto
l'organo possente.
Solo sfogliando gli antichi corali della Basilica,
illuminati da smalti multicolori, si possono capire le
parole d'un cronista antico: Alla Sanità si canta
sempre.
E non fu solo canto dei frati, ma immensa, straordinaria
festa popolare quel 19 settembre 1602, Solennità di S.
Gennaro, quando l'Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo
pose la prima pietra della Basilica; neppure l'arido
dettato notarile seppe resistere alla poesia di quella
festa, anzi indulge, compiaciuto, a narrarla in
dettaglio: dalla cripta sfolgorante di luci e
sontuosamente ornata d'arazzi e preziosi arredi, alla
grande spianata su cui era segnata la pianta
dell'erigenda Basilica, dove troneggiava il magnifico
baldacchino del cardinale, e sopra una mensa luccicavano
i vasi d'argento per il rito solenne. Larghi tendoni
riparavano dal sole il folto pubblico dei privilegiati:
prelati, magistrati con a capo il Presidente del Sacro
Regio Consiglio, e tutto il Gotha dell'aristocrazia
partenopea: Fabrizio Pignatelli, Innico de Guevara,
Orazio Carafa, Alessandro de Sangro, Troiano Minutolo; e
le dame, cui era riservato uno speciale reparto, con
sedie in broccato.
E che dire della folla strabocchevole, assiepata su
campi e collinette circostanti? S'era molto discusso del
titolo della nuova chiesa. Il vecchio Arcivescovo
pensava a una S. Maria della Salute. No, No! - fu la
risposta- Salute è troppo toscano, il popolo non
l'intende. Sanità, Eccellenza, Sanità!
La folla, rumorosa e loquace, era di tanto in tanto
attraversata da un fraticello, affaccendato a dare le
ultime disposizioni per l'imminente cerimonia, ignoto
fino ad ieri, oggi al suo battesimo di artista,
sommamente lodato et approvato, come narra la cronaca
antica, da Domenico Fontana ed altri architetti di
grido. Trepidante attendeva, accanto al luogo deputato
per la posa della prima pietra, l'arrivo dal duomo del
corteo arcivescovile: il Cardinale era accompagnato da
quattro Vescovi, dai Canonici, dai Cavalieri e nobili
della sua corte, da trecento domenicani convenuti dalle
comunità vicine, tra il suono delle trombette reali. Fu
ricevuto con grandissima pompa de apparati et de musica
e dallo sparo di quaranta mortaretti. Fu il Cardinale a
consegnare a fra Nuvolo la prima pietra, con le medaglie
raffiguranti, una, S. Maria della Sanità e la pianta
della chiesa; un'altra, San Domenico e Santa Caterina;
un'altra, papa Clemente VIII ed il Generale dei
Domenicani; un'altra ancora, l'imperatore Rodolfo II
d'Asburgo e Filippo III di Spagna. Fra Giuseppe dovette
risalire in fretta dal fosso ov'era disceso a porre la
pietra perché - scrive il nostro notaio - la calca del
popolo non avendo pazienza cominciò a buttare pietre,
quali erano cosi spesse e folte che pareva piovessero
dal cielo.
Fu la stessa, inarrestabile calca ad impedire,
involontariamente, il passaggio della carrozza del
Viceré don Fernando Ruiz de Castro e la sua presenza
alla cerimonia.
In otto anni la chiesa, almeno nelle grandi linee, venne
compiuta; nel 1613 fu voltata la grande cupola,
rivestita nel Settecento con maioliche sgargianti, tra
il 1618 e il 1620 fu allogato il coro.
Nel secolo seguente la Vergine fu spostata dall'altare
maggiore alla calotta absidale, la capricciosa ellissi
spezzata della scalea fu rivestita di marmo.
Di marmo furono ornate, a cavaliere tra i due secoli, le
sedici cappelle della chiesa, e fu opera elegante ed
omogenea di Pietro Antonio Valentino, Agostino Chirola,
Nicola Tammaro, Gianbattista Masotti e Carlo Iansito,
mentre Gaetano Massa le pavimentò di multicolori
riggiole. Dionisio Lazzari intarsiò di marmi e
madreperla il pulpito.
Le icone d'altare furono affidate ai migliori pennelli
del Seicento napoletano. Il solo Luca Giordano realizzò
ben cinque tele: lo Sposalizio mistico di S. Rosa; la
Gloria di Pio V (il domenicano Michele Ghislieri) tra
altri Santi dell'Ordine; la vivace e popolaresca Predica
di S. Vincenzo; un S. Nicola ed altri Santi; una
Maddalena. Una delicata Annunciazione è dovuta a Giovan
Bernardino Azzolino detto il Siciliano, autore anche
della composita macchina del polittico del Rosario,
purtroppo spogliato dei quadretti con i quindici misteri
che l'incorniciavano. Nella scena centrale, attorno alla
Vergine, s'affollano i principali Santi dell'Ordine:
Domenico di Guzman e Caterina da Siena, Pio V e Tommaso
d'Aquino; in alto la musica degli Angeli, nella cimasa
l'Eterno Padre, nella predella gruppi di prelati e
notabili.
Ancora angeli leggiadri suonano per il S. Biagio di
Agostino Beltrano tra smaglianti cromatismi rossi e
azzurri.
Presenti in ogni scena i Santi Domenicani. Li troviamo
persino, anacronistici, ad assistere alla Circoncisione
di Gesù, opera di Giovan Vincenzo d'Onofrio da Forlì del
Sannio, in una monumentale cornice, pendant a quella
contrapposta del Rosario. Per questa tela, qualche anno
fa, uno studioso ipotizzò, sulla scorta d'un documento
d'archivio, una prima redazione, addirittura
caravaggesca. E fu subito polemica. Chissà che la tela,
polverosa e cascante, non riveli alla radiografia il suo
segreto.
Si trova provvisoriamente qui una tavola di Giovanni
Balducci, pertinente alla sacrestia, con S. Domenico che
dispensa il rosario ai fedeli. Nella cappella
successiva, dove si ammira invece una ben restaurata
tela di Pacecco de Rosa, raffigurante in compendio scene
della vita di Tommaso d'Aquino, fu allogata, nel
Seicento, un'antichissima sede episcopale in pietra,
celebrata ancor oggi per singolari quanto accertate
virtù terapeutiche.
Bellissimi rivedremo forse un giorno anche i colori del
martirio di S. Pietro da Verona, tavola scurita e un po'
scrostata di Giovanni Balducci, il quale affrescò il non
più esistente refettorio e l'elegante Tesoro, e attende
ancora il suo studioso peculiare che lo tolga da
ingiusto oblio: sono scene di martirio e di gloria, di
fede e di pathos, di uomini tormentati ed estatici, cui
angioletti in volo offrono serti di rose e letificanti
melodie.
Più serene, anche se un po' fredde, la S. Caterina da
Siena e la S. Caterina d'Alessandria, entrambe di Andrea
Vaccaro.
I Domenicani furono cacciati all'inizio del secolo
scorso, e, per far posto alla città laica dei
Napoleonidi, convento e quartiere furono sconquassati e
sepolti dal tremendo ponte. La Sanità divenne tappeto
per le sfilate di carrozze tra Reggia e Reggia.
L'Ottocento, a parte la visita di Pio IX, ascritto ai
Nobili del S. Rosario della Sanità, non apportò, come
purtroppo altrove, radicali trasformazioni. Pur
tuttavia, fu alterata la facciata, rifatti il pavimento
della chiesa e la cappella di S. Biagio, posta
un'interessante tela raffigurante i Martiri di Nagasaki;
ma, soprattutto il tempio fu affollato di scarabattoli
devozionali ospitanti i Santi del nuovo Ordine. Eppure,
il più artistico fra tutti, ironia della sorte, toccò ad
un Domenicano: S. Vincenzo Ferrer, l'insostituibile
Monacone della Sanità, cui si lega, oggi ancora, la
parte più viva e più colta della tradizione locale. Fu
anche il secolo che vide svilupparsi, col sorgere
concomitante del vicino ossario delle Fontanelle, la
devozione alle anime del Purgatorio.
Un tempo cripta e catacomba erano aperte a chi volesse
adottare teschi o recitare leggende e preghiere, ogni
lunedì, giorno che la tradizione consacra ai trapassati.
Ma non era stato già il Seicento ad enfatizzare con
macabra magniloquenza il mondo dei morti, gl'inferi
della Basilica?
Una greve coltre di stucco dorato, imitante il damasco,
si solleva al di sopra dell'elegante cancellata nera,
appena variata da bronzee borchie. Quella che un tempo
fu la primitiva Basilica di S. Gaudioso, in porticu
sita, vide otturati tutti i suoi varchi d'ingresso al
retrostante coemeterium da sacelli di Santi Martiri,
provenienti da Catacombe di Roma, con le cone affrescate
da Bernardino Fera, non disprezzabile solimenesco. Di
tutta l'antica decorazione a fresco, a parte un pannello
del sec. IX recentemente rinvenuto, sopravvive (e,
speriamo sopravviverà) solo l'affresco guasto e
debilitato della Mater Sanitatis, poi staccato e
spostato in basilica.
Nella notte processioni di lumi furon vedute, e s'udiron
angelici concenti, miracoli senza numero accaddero per
la luce emanante dal bianco volto della Vergine.
Lilium convallium ad sanitatem gentium
Giglio della valle per la sanità della gente
La Sanità degli storpi, degli zoppi e dei ciechi
annunziava che era vicino il ritorno del Regno di Dio.
Piovvero anche offerte a valanga, come a valanga era
piovuta la lava dei Vergini a sommergere in fangoso
oblio la veneranda cripta. Or essa, incastonata nel
fulgido oro barocco, in un marmoreo policromo scrigno,
cantava le glorie di quel Concilio Tridentino, ove i
Domenicani furon gran parte, e che risuscitava contro i
Protestanti il culto della Vergine, dei Santi, delle
Reliquie e dei Martiri: in una parola, la Tradizione.
Ai popolani ed ai frati, armati di vanghe e d'eroici
furori, s'affiancò, a dissotterrare i vetusti anfratti,
il fiore del patriziato di Napoli.
-Ecco la sacra grotta,
antico cimitero dei Cristiani e nascondiglio dei
Santi,
celebre per il sepolcro di S. Gaudioso,
vescovo di Bitinia,
e la memoria di S. Agnello Abate;
poi nel fluire dei secoli,
per celeste lume di prodigi senza numero
ad opera della vergine Madre di Dio,
invocata col titolo di S. Maria della Sanità,
risplendé nella sua sacra immagine
scoperta tra i ruderi scavati-.
Il sepolcro di Gaudioso di Abitina (non già di Bitinia
come ingenuamente semplificarono gli antichi) ci
introduce nell'attigua catacomba. Dei mosaici azzurrati
e gialli che decoravano l'arcosolio resta quasi intatto
il titolo sepolcrale, che tramanda la data della morte.
Profugo con S. Quodvultdeus di Cartagine e molti altri
nella persecuzione di Genserìco, ariano re dei Vandali,
abbandonato su una barca sconnessa, approdò
provvidenzialmente a queste rive e ne ripartì per
l'ultimo tragitto il 27 ottobre del 453, nell'indizione
sesta.
Nell'adiacente cubicolo la tradizione volle collocata la
sepoltura di Nostriano di Napoli, il Vescovo che accolse
i confratelli esuli dall'Africa. Napoli godeva allora la
posizione di stella del Mediterraneo, a Napoli S.
Ambrogio riferiva la biblica profezia: Dio l'ha fondata
sui mari. Era il faro dei popoli del sud: un
provvidenziale, luminoso destino che un'altra, più
oscura storia ha sempre tentato di fermare.
Nell'arcosolio centrale è graffita una croce gemmata.
L'archetipo, in oro e pietre preziose, fu posto da
Costantino imperatore sul Golgota, dove sua madre S.
Elena aveva rinvenuto la vera Croce del Salvatore. Gemme
e oro simboleggiano il prezzo del nostro riscatto, il
corpo del Crocifisso, che i primi cristiani evitavano di
rappresentare, da un lato condizionati dalla Bibbia,
dall'altro dal timore d'idolatriche contaminazioni col
paganesimo. Nella volta, cielo di quel microcosmo che è
ogni spazio sacro, splende il volto del Cristo
Pantocrator, Cosmocrator, Cronocrator, Onnipotente
Signore dello spazio e del tempo: due affreschi,
distanti un secolo tra loro, uno più piccolo, l'altro
più grande si sovrappongono a raffigurarlo inserito nel
circolo dell'Eternità ma inquadrato nel tempo, donde,
Verbo di luce incarnato, s'irradia nei quattro Vangeli,
nel cerchio e nel quadrato: eterno nel tempo, infinito
nella finitudine.
L'antico, che non dall'alto, come noi oggi, ma dalla
cripta, penetrava nel sottostante cubicolo, corrusco di
colori vedeva splendere il mosaico del calice ansato,
col suo ritorto, lussureggiante fogliame, e due uccelli
all'estremità; riconosceva, contrapposto forse ad un
perduto S. Pietro, nell'estradosso sinistro S. Paolo,
emblema della sapienza cristiana, coi soliti tratti che
già la tradizione aveva attribuito a Socrate, la
sapienza pagana.
Bello, sempre a sinistra l'arcosolio che vuole imitare i
sarcofagi strigilati romani, bella nella mutila lunetta
la croce gemmata, trofeo del cattolicesimo vincente,
albero della vita al centro del nuovo Eden verdeggiante
in eterno, dove, in luogo della coppia primigenia, due
agnelli son condotti dal Buon Pastore a pascoli
ubertosi. Il soggetto è ripreso, com'è dato intuire da
uno scorcio, nell'arcosolio opposto, poi rivestito da un
mosaico, forse una Traditio Legis, ormai quasi perduta.
Devote figure barocche c'introducono in un attiguo
ambulacro, dove i domenicani, dell'antichità assertori
tenacissimi, espressero, nel 1637, il proposito di far
rivivere i vetustissimi rifugi e cimiteri dei cristiani,
adattandoli ancora pro fidelibus tumulandis. - Ma per
l'avvenire non s'innovi cosa alcuna, come ordina il
Padre Reverendissimo Generale. Napoli die 27 Aprilis
1637 -.
Firme dei primi, cinquecenteschi visitatori ci conducono
a quella che fu antica cisterna e poi cimitero dei
frati. Percorrendo a ritroso il cammino, cerchiamo altre
memorie d'antichi splendori ed ecco, in fondo ad una
disadorna serie d'arcosoli, un mosaico a tessere bianche
e rosse. Simboli antichi, comuni anche all'Africa
cristiana, come gli agnelli e i tralci di vite,
attorniano un medaglione con la croce e le lettere
apocalittiche Alfa ed Omega, sorretto dalle zampe d'un
bianco uccello, che con le ali sostiene un duplice
serto.
Occorre salire delle scale per ammirare i resti, sospesi
nel vuoto, di quella che fu probabilmente la tomba di un
diacono. V'era infatti raffigurato, attorno ad una
elaborata croce del secolo VI, il diacono protomartire
Stefano. Rimane ancora il diacono Sosso di Miseno, che
pie , durature leggende vollero associare con altri al
martirio di S. Gennaro.
Ed ecco le famose cantarelle, che ritroviamo anche sotto
la semidiruta S. Maria Antesaecula, ed un po' più
lontano, nel cimitero delle monache al castello di
Ischia. Il macabro ed inconsueto trattamento della
scolatura fu riservato probabilmente ai nobili, a
giudicare anche dalle lapidi blasonate della cripta che
sovrastano questo ambiente di cupa suggestione.
Sventrando e sfondando più antiche strutture, fino al
provvido divieto del 1637, i Domenicani crearono una
vera e propria galleria per l'esposizione degli
aristocratici teschi, completando a fresco la figura.
Sentenze bibliche sono i titoli morali di questa serie
impressionante. Spicca una coppia di sposi che si
stringe teneramente la mano: forse quei due che videro
presentarsi alle loro nozze, terrificante ed
indesiderato convitato, il fantasma del capitano
spagnolo col suo orrendo spadone: una storia di
mozartiane suggestioni. E poi di fronte ad un domenicano
in preghiera, la morte che domina sul tempo, inesorabile
scorrere inconsistente di sabbia nella clessidra, a
terra la corona e lo scettro, effimero potere dei
mortali; quindi le anime del Purgatorio, imploranti tra
le fiamme una prece ai superstiti.
Regolare prosegue la macabra mostra: a destra le donne,
cui la Bibbia rammenta quanto è fallace la grazia, e
quanto la bellezza è vana: riconosciamo donna Sveva
Gesualdo, la principessa di Montesarchio, che pagò
seicento ducati per incorniciare l'antica icona della
Vergine; a sinistra, tra gli uomini, si avvicendano il
magistrato Diego Longobardo, morto nel 1632, che
ammonisce ad amare la giustizia coloro che giudicano la
terra, poi Marco Antonio d'Aponte, Scipione Brancaccio,
Alessandro d'Afflitto ed infine Giovanni Balducci, con
riga e tavolozza; sfondo della scena un lapideo Cristo
giacente, ed una nera croce.
Rivolti indietro, scorgiamo l'ultimo affresco
paleocristiano, che di macabro nulla presenta: il
defunto Pascentius (il nome ricorre nella lista dei
profughi trasmessa da Vittore di Vita) si prostra tra
due candelabri (altro simbolo comune all'Africa) dinanzi
all'Apostolo Pietro che lo introduce a Cristo. Pascenzio
veste la penula, Cristo e Pietro il pallio, greco e
cristiano simbolo del sapiente povero, che Tertulliano
di Cartagine voleva vedere indossato dai credenti in
luogo della toga, pagano emblema di Roma. Due lettere
greche, gamma ed eta, bordano il pallio delle sante
figure.
Su queste lettere, denominate genericamente gammadia,
tanto si è sentito e dissentito. Certamente per i greci
erano cifre (gamma valeva 3, eta 8). Certamente per i
cristiani furono anche simboli: 3 è la Trinità e la
Perfezione, 8 è il Cristo risorto nel giorno ottavo,
cioè l'immortale eternità. Sopra le nostre teste, il
formicolio dei mortali, qui sotto, immortali, gli eterni
simboli dell'uomo, che la Fede ha tramandato sempre
vivi, che l'Arte ha trasmutato in sempre nuova bellezza.